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La nostra Storia

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INTRODUZIONE

Alcune volte si ha difficoltà ad immaginare il corso degli eventi storici – abitualmente studiati a scuola – al di fuori delle grandi città e a ricordare che anche i piccoli borghi in cui viviamo sono stati talora spettatori, talora teatro del corso della storia.

Ripercorrendo le fonti nella ricostruzione della storia di Lacedonia, si riesce a comprendere che essa è una storia antichissima che testimonia la presenza umana fin dalla preistoria, passando poi per gli insediamenti dei Sanniti, acerrimi avversari dei Romani, dai quali comunque furono soggiogati in seguito alla Terza Guerra Sannitica. E’ interessante poi scoprire le origini del toponimo: da Akudunniad – termine osco, passando per il municipium romano di Aquilonia, per giungere infine a Lacedonia.

Ripercorrendo le fonti ci si può immergere in una Lacedonia medievale e si può scoprire, ad esempio, che quello che siamo abituati a considerare il centro storico del paese fa parte di un agglomerato edificato in seguito al devastante terremoto del 1456 che rase al suolo l’agglomerato urbano situato nella zona dell’antico municipium romano. Si scopre poi che Lacedonia fu il teatro dell’omonimo Giuramento nell’ambito della Congiura dei Baroni, il celebre evento storico con il quale si tentò di sovvertire il potere degli Aragonesi sul Regno di Napoli. 

Ci si immerge in una Lacedonia ottocentesca poverissima, una Lacedonia che sopravvive con i prodotti della terra e dell’allevamento. Almeno fino alla svolta apportata dalla fondazione dell’Istituto Magistrale che fu in grado di cambiare totalmente le sorti del paese e delle zone limitrofe, consentendo ai giovani la possibilità di immaginare un futuro migliore.

Preistoria

Le parole di Pasquale Palmese – autore di innumerevoli manoscritti storici – testimoniano, in riferimento alla zona attualmente denominata “Costone Rupi” , un contesto ambientale eccezionalmente propizio all’insediamento di gruppi umani. A conferma della tesi del Palmese, sul finire del primo decennio del Novecento, l’antropologo Abele De Blasio rinvenne nel territorio di Lacedonia due punte di frecce in pietra risalenti a un’era anteriore a dieci-dodicimila anni fa.

Il ritrovamento di queste frecce e di altri utensili ascrivibili alle epoche mesolitica e neolitica, confermano la presenza, di gruppi di cacciatori nomadi o seminomadi nel territorio dell’attuale Lacedonia, che trovavano riparo dai pericoli della notte nelle grotte tufacee

Epoca Sannitica

E’ cosa certa che i Sanniti, nella varietà tribale degli Irpini, abbiano abitato il territorio di Lacedonia. Il toponimo dell’antica Lacedonia è Akudunniad , nome di origine osca comunemente tradotto come Madre Cicogna. Ciò lascia supporre che gli abitanti locali considerassero il volatile il proprio animale totemico.

Lo storico romano Tito Livio, nel X libro della sua opera Ab Urbe Condita, menziona Aquilonia come luogo di una decisiva battaglia della terza guerra sannitica, nel 293 a.C., durante la quale i Sanniti, nonostante la netta superiorità numerica, furono sconfitti dai Romani guidati dal console Lucio Papirio Cursore.Le fonti che ci permettono di collocare Aquilonia in Irpinia e di farla coincidere con l’attuale Lacedonia sono da rintracciarsi nel III Libro della Naturalis Historia di Plinio, nella Tabula Peutingeriana – un’antica mappa romana del III secolo d. C., e nell’epigrafe di Lucio Domizio Fortunato conservata nel Museo Diocesano di Lacedonia

Epoca Romana

Aquilonia (Lacedonia) assurse al rango di municipium romano sine suffragio, ovvero senza diritto di voto. È verosimile che il centro raggiunse l’apice del suo sviluppo in epoca imperiale, quando era dotato di tutte le magistrature tipiche di un municipium: è infatti testimoniata la presenza dei Quattuorviri, un consesso di quattro magistrati. Altre epigrafi fanno riferimento ai decreti dei decurioni, ovvero i membri di una sorta di consiglio comunale, che restavano in carica a vita, e di fatto avevano il compito precipuo di tutelare nei municipia gli interessi di Roma, come quelli relativi alla raccolta fiscale. 

Gli spazi circostanti all’attuale Via Tribuni corrispondevano, in epoca romana, al fulcro dell’agglomerato urbano dell’antica Aquilonia. Negli spazi del centro si trovavano il tempio pagano più grande, dedicato alla dea Iside, le terme pubbliche con la piscina, il foro e l’anfiteatro. Qualche toponimo sopravvissuto fino ai giorni nostri, come la Via e il Largo Tribuni, testimonia della presenza di tali magistrature in loco.

Medioevo

Le informazioni su Lacedonia durante l’Alto Medioevo – dalla caduta dell’Impero Romano fino all’anno Mille – sono impossibili da reperire per l’assenza di fonti. 

Il 476 d.C. è la data convenzionalmente riconosciuta come data di inizio del Medioevo, nonché della caduta dell’ultimo imperatore dell’Impero Romano d’Occidente, Romolo Augustolo. A partire da questo momento inizia una fase di decadenza dei municipia romani che trova il culmine nell’avvento dei regni barbarici.

Il municipium di Aquilonia fu assoggettato al dominio longobardo del Ducato di Benevento almeno dal 590 d. C., per poi passare sotto il dominio del Catapanato d’Italia, la provincia bizantina istituita a partire dalla fine dell’Ottocento d. C..  Infine, subì la sorte di tutta la zona fino alla disgregazione del Ducato succitato ad opera di Roberto Il Guiscardo, nel 1053. 

A livello sociale si andò delineando quella che sarebbe stata la scala gerarchica feudale che vedeva alla base la stragrande maggioranza della popolazione inchiodata al servaggio della gleba. I livelli più alti furono occupati dagli esponenti delle famiglie che già in epoca romana avevano un certo peso derivante dal censo, i quali andarono a formare la classe sacerdotale e quella della piccola nobiltà. 

Lacedonia si trasformò in uno dei tanti piccoli borghi autoreferenziali, i commerci erano sospesi e la maggior parte di quanto veniva prodotto era destinato ai granai e ai magazzini del feudatario e dei suoi vassalli locali, mentre al popolo restava ben poco per sopravvivere. Gli edifici pubblici di epoca romana andarono progressivamente in rovina. Solo qualcuno sopravvisse all’azione del tempo e alla furia devastatrice degli invasori, tra questi il Tempio di Iside che fu dedicato alla Madonna, diventando la chiesa cristiana più antica del paese. Questa attenzione agli edifici sacri fu dovuta anche alla presenza di una diocesi e di un Vescovo che la dirigeva fin da epoca carolingia.

Il terremoto del 1456

Con l’avvento di Normanni, Svevi e Angioini, Lacedonia transita da un feudatario all’altro e già nella prima metà del Quattrocento risulta essere nelle mani della potentissima famiglia Orsini, in particolare in quelle di Giannantonio Orsini, definito da Benedetto Croce “il più potente feudatario napoletano del Quattrocento”.Il 5 dicembre del 1456, secondo le fonti intorno alle tre del mattino, un sisma tra i più devastanti della storia italiana colpì buona parte del meridione, con epicentro tra Sannio e Irpinia. La scossa fu devastante e quasi tutti gli agglomerati urbani della Campania furono rasi letteralmente al suolo.

Di Lacedonia si salvarono la Cattedrale antica ed ex tempio di Iside – l’odierna Santa Maria della Cancellata, e probabilmente il castello vecchio, di epoca normanna, che però pare subì gravi danni. Come testimoniato dal Palmese, il centro di epoca romana fu abbandonato e il feudatario dell’epoca, Giannantonio Orsini, trovò più vantaggioso riedificare l’agglomerato urbano più a monte sulla collina, nella zona corrispondente all’attuale centro storico medievale del paese.

La congiura dei Baroni – il Giurmaneto di Lacedonia

Nel 1486, feudatario di Lacedonia era Pirro del Balzo, grazie al matrimonio con Maria Donata Orsini che però, all’epoca, era morta ormai da cinque anni. Lacedonia fu un luogo fondamentale legato alla celebre vicenda della Congiura dei Baroni, poiché proprio qui, nella chiesa di Sant’Antonio, l’11 settembre 1486 i baroni giurarono di cacciare dal Regno di Napoli gli Aragonesi. Il motivo per cui fu scelto il paese pare fosse il fatto che il borgo era ritenuto libero da spie aragonesi. Convennero così sul posto i personaggi maggiori che costituivano il fulcro del nuovo tentativo di sovvertire il potere aragonese, i cui nomi sono riportati nell’atto notarile datum Laquedoniæ die vero undecimo Septembris quintae indictionis (stilato a Lacedonia il giorno undicesimo di settembre della quinta indizione).

Tra cinquecento e settecento

In seguito al terremoto del 1456, come detto, Giannantonio Orsini, feudatario dell’epoca, decise di riedificare il borgo più a monte. La nuova città fu cintata da solide mura, in cui si aprivano quattro porte d’accesso all’abitato racchiuse da due torri difensive

– Porta degli Albanesi

– Porta di Sotto (in vernacolo locale, Port’ R’ Pier)

– Porta di Sopra

– Porta La Stella che è ancora visibile in corrispondenza della Casa del Diavolo.

La cattedrale era dunque rimasta fuori dalle mura, lontana dalla dimora episcopale, che si trovava a ridosso del castello vecchio, adiacente alla Chiesa di San Nicola.

Nel primo decennio del Cinquecento, nelle mura fu inglobato il castello nuovo, fatto costruire dal feudatario Baldassarre Pappacoda, che sostituì gli Orsini caduti in disgrazia a seguito della Congiura del Baroni. Dopo di che il paese prenderà la sua forma esclusivamente entro le mura. 

Tale assetto fu mantenuto integro almeno fino al 1694, anno in cui un terremoto di proporzioni gigantesche compromise le mura, già in parte danneggiate, in maniera rilevante. Solo a partire da questo momento, le ricostruzioni del borgo andarono ad interessare anche la zona corrispondente all’antico municipium romano estendendosi sempre di più, in particolar modo nell’Ottocento, in concomitanza con una crescita demografica senza precedenti.

Questa crescita fu favorita e perdurò in seguito anche grazie all’apertura dell’Istituto Magistrale Rurale, istituzione scolastica che attrasse in loco un numero cospicuo di studenti e di insegnanti, favorendo l’indotto economico.

L’ottocento

Il feudalesimo fu abolito ufficialmente nel 1806, tuttavia per tutto il XIX secolo e per i primi decenni del XX secolo la vita delle classi sociali più basse può essere definita come una vera e propria servitù della gleba alla quale si poteva sfuggire solo emigrando. Le condizioni di vita dei contadini e dei popolani, considerati dai galantuomini “lazzaroni”, erano a dir poco misere. 

Tutto il sistema sociale ruotava intorno all’agricoltura. La popolazione rurale, che viveva in campagna, lavorava prevalentemente piccoli terreni di proprietà e si dedicava all’allevamento. La popolazione urbana era invece composta da braccianti che vivevano lavorando a giornata presso i proprietari terrieri locali, soprattutto in occasione dei raccolti o di lavori periodici. Il modesto guadagno consentiva loro il sostentamento minimo delle famiglie. In particolare, a Lacedonia, ogni sera fino agli anni Cinquanta del Novecento, i braccianti si raccoglievano sulle scale della chiesa di San Filippo nella piazza centrale, oggi intitolata a Francesco De Sanctis, e aspettavano e speravano che qualche caporale passando di là, desse loro un lavoro per la mattina successiva.

Quando ciò non accadeva per lunghi periodi, ecco che i braccianti si trovavano nell’impellente necessità di richiedere dei prestiti proprio ai propri datori di lavoro, che dovevano essere ripagati in termini di lavoro non retribuito, usanza mantenuta fino almeno agli anni Sessanta del Novecento.

Il 2 giugno 1878, in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d’Italia, Francesco De Sanctis telegrafò il testo che segue al coevo sindaco di Lacedonia: «In questo giorno di festa nazionale annunzio istituzione costà di Scuola Governativa Rurale Magistrale Maschile. Confido che non manchi energico concorso cittadino senza il quale le migliori istituzioni inaridiscono».

La fondazione del Magistrale a Lacedonia avrebbe mutato profondamente le sorti della società nel volgere di qualche decennio. La scuola sottrasse al servaggio della gleba centinaia di ragazzi e ragazze e rese loro possibile la speranza in una vita migliore. Offrì la possibilità di accedere ai corsi d’istruzione superiore, in una scuola che in un triennio consentiva l’accesso diretto al mondo del lavoro, a quanti non avevano le possibilità economiche per spostarsi dal paese e studiare altrove, mentre attrasse un’ingentissima mole di studenti da molte regioni d’Italia, soprattutto da quelle più vicine.